Viaggio a Pitcairn, l’isola fantasma degli ammutinati del Bounty

Pitcairn isola fantasma ammutinamento Bounty

“I discendenti degli ammutinati vivono ancora oggi a Pitcairn.”

In mezzo al Pacifico meridionale, lontano da tutto, esiste ancora una comunità nata dalla più famosa ribellione navale della storia.

Quando gli uomini del Bounty arrivarono a Pitcairn nel 1790 probabilmente pensarono di essere spariti dal mondo. E guardando una carta geografica ancora oggi viene difficile dargli torto.

Questa piccola isola vulcanica dispersa nel Pacifico meridionale è uno dei luoghi abitati più isolati del pianeta. Niente aeroporto, poche decine di abitanti, una sola strada principale e un oceano immenso tutto intorno. Qui vivono ancora i discendenti degli ammutinati del Bounty, protagonisti della più famosa ribellione navale della storia britannica.

A Pitcairn quella vicenda non appartiene soltanto ai libri di storia. È ancora parte della vita quotidiana. I cognomi sono gli stessi di oltre due secoli fa, le storie vengono tramandate di generazione in generazione e il relitto del Bounty riposa ancora sul fondo della baia.

Per arrivare qui servono giorni di viaggio e una buona dose di spirito d’avventura. Ma forse è proprio questo isolamento assoluto ad aver trasformato Pitcairn in una leggenda.

Sulla vicenda dell’ammutinamento del Bounty sono stati scritti libri e girati film, tra cui la celebre pellicola con Marlon Brando. In realtà avevamo già scritto un articolo su un particolare resort aperto in queste minuscole isole del pacifico.

L’ammutinamento del Bounty: la ribellione che sconvolse la Royal Navy

La storia del Bounty comincia nel 1787, quando il veliero HMS Bounty lasciò l’Inghilterra con una missione apparentemente semplice: raggiungere Tahiti, caricare alcune piante dell’albero del pane e trasportarle nei Caraibi britannici.

Al comando c’era il capitano William Bligh, ufficiale esperto e ottimo navigatore, ma noto anche per la disciplina rigida imposta all’equipaggio. Il viaggio fu lungo e durissimo. Tempeste, mare grosso, bonacce e mesi di navigazione misero a dura prova i marinai già prima di raggiungere il Pacifico.

Poi comparve Tahiti.

Pitcairn isola fantasma ammutinamento Bounty

Per molti uomini del Bounty fu come entrare in un altro mondo. Dopo mesi trascorsi tra salsedine, turni massacranti e ordini urlati sul ponte, l’isola sembrava un paradiso tropicale: vegetazione lussureggiante, clima caldo, vita più libera e rapporti molto diversi con la popolazione locale.

Il Bounty rimase ancorato a Tahiti per diversi mesi e molti marinai iniziarono a non voler più tornare alla dura vita della Royal Navy.

Tra questi c’era Fletcher Christian, ufficiale della nave e uomo di fiducia dello stesso Bligh.

Nella notte del 28 aprile 1789 scoppiò l’ammutinamento. Christian e altri uomini presero il controllo del veliero, catturarono il capitano e lo abbandonarono in mare aperto insieme agli uomini rimasti fedeli, caricandoli su una piccola lancia.

Sembrava una condanna a morte. Invece Bligh riuscì in una delle più straordinarie imprese marinaresche dell’epoca: attraversò migliaia di chilometri di oceano aperto fino a raggiungere Timor.

Nel frattempo gli ammutinati sapevano una cosa: la Royal Navy li avrebbe cercati ovunque.

L’isola fantasma sulle carte nautiche

Uno degli aspetti più incredibili della storia di Pitcairn è che Fletcher Christian e gli ammutinati del Bounty riuscirono a nascondersi grazie a un errore geografico.

Nel Settecento navigare nel Pacifico significava spesso muoversi in un oceano ancora poco conosciuto. Le longitudini venivano calcolate con strumenti imperfetti, le mappe erano approssimative e bastava un piccolo errore per “spostare” un’isola di centinaia di chilometri.

Pitcairn era stata avvistata per la prima volta nel 1767 dal marinaio britannico Philip Carteret, ma la sua posizione venne registrata in modo sbagliato. La latitudine era relativamente corretta, ma la longitudine risultava errata di oltre 300 chilometri.

Per gli uomini del Bounty quell’errore fu una fortuna enorme.

Fletcher Christian sapeva bene che la Royal Navy avrebbe dato la caccia agli ammutinati in tutto il Pacifico. Trovare un’isola quasi invisibile sulle carte nautiche significava avere un vantaggio decisivo: le navi inglesi avrebbero cercato Pitcairn nel punto sbagliato dell’oceano.

E infatti andò proprio così.

Quando nel 1790 il Bounty raggiunse l’isola, gli ammutinati capirono immediatamente di aver trovato il nascondiglio perfetto. Un’isola minuscola, lontana dalle principali rotte marittime e praticamente “persa” nelle mappe dell’epoca.

Pitcairn isola fantasma ammutinamento Bounty

Non era soltanto isolamento geografico: era quasi una sparizione dal mondo.

Dopo lo sbarco decisero di bruciare il Bounty nella baia. Quel gesto aveva un valore simbolico ma anche pratico: eliminare ogni traccia della nave ed evitare tentazioni di fuga.

Per anni nessuno riuscì a trovare l’isola di Pitcairn.

La Royal Navy continuò a cercare gli ammutinati senza successo, proprio perché l’isola era segnata nel posto sbagliato. Soltanto molti anni dopo le coordinate vennero corrette e Pitcairn tornò realmente sulle mappe britanniche.

È uno dei dettagli più affascinanti dell’intera vicenda: una delle storie di fuga più celebri della storia navale riuscì anche grazie a un errore cartografico.

Un paradiso trasformato in inferno

La parte meno romantica della vicenda iniziò subito dopo.

I primi anni sull’isola furono segnati da tensioni, rivalità, violenze e omicidi. Le relazioni tra europei e tahitiani degenerarono rapidamente e l’alcol peggiorò ulteriormente la situazione.

Molti degli ammutinati morirono nel giro di pochi anni. Anche Fletcher Christian scomparve presto dalla scena, probabilmente ucciso durante una rivolta interna.

Alla fine sopravvisse un solo ammutinato: John Adams. Fu lui a ricostruire lentamente la comunità. Attraverso la religione, l’educazione dei bambini e nuove regole riuscì a creare una società più stabile.

Quando le navi britanniche tornarono a Pitcairn all’inizio dell’Ottocento trovarono qualcosa di sorprendente: una piccola popolazione composta dai figli e dai nipoti degli uomini del Bounty.

La leggenda era sopravvissuta.

La democrazia più piccola del mondo

Oggi Pitcairn conta meno di cinquanta abitanti ed è spesso definita la democrazia più piccola del pianeta. L’unico centro abitato si chiama Adamstown e molti residenti portano ancora i cognomi storici degli ammutinati: Christian, Young, Adams, Brown.

L’isola appartiene al Regno Unito ma possiede una propria amministrazione locale con sindaco e consiglio. In una comunità così piccola tutti si conoscono e ogni persona ha un ruolo importante nella vita quotidiana. Chi visita Pitcairn racconta una sensazione particolare: sembra di entrare in una specie di macchina del tempo.

Le merci arrivano via mare, internet è limitato, le auto sono pochissime e il Pacifico domina tutto con il rumore continuo delle onde e del vento.

Il lato oscuro dell’isola di Pitcairn

Negli ultimi decenni Pitcairn è finita anche al centro di gravi scandali giudiziari legati ad abusi sessuali all’interno della comunità. Una vicenda che ha profondamente segnato l’isola e attirato l’attenzione internazionale.

Oggi il problema principale è però lo spopolamento.

Molti giovani lasciano Pitcairn per trasferirsi in Nuova Zelanda o in Australia e la popolazione continua lentamente a diminuire. Per una comunità così piccola ogni partenza pesa enormemente.

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Si può visitare Pitcairn?

Sì, ma arrivarci è un viaggio vero, non una vacanza qualunque.

Pitcairn si trova nel Pacifico meridionale, praticamente a metà strada tra la Nuova Zelanda e il Sud America, anche se geograficamente è molto più vicina alla Polinesia Francese. È una minuscola isola vulcanica sperduta nell’oceano, lontanissima dalle grandi rotte commerciali e dai classici circuiti turistici.

Per capire quanto sia isolata basta pensare che l’isola abitata più vicina dista centinaia di chilometri e che intorno ci sono soltanto oceano, vento e mare aperto.

Pitcairn non ha aeroporto e si raggiunge soltanto via mare. Generalmente il viaggio inizia da Tahiti, nella Polinesia Francese. Da lì si prende un volo per Mangareva, nelle isole Gambier, uno degli avamposti abitati più remoti del Pacifico.

Mangareva rappresenta l’ultimo “ponte” verso Pitcairn.

Da qui ci si imbarca su piccole navi cargo-passeggeri che attraversano il Pacifico per oltre trenta ore di navigazione. Il mare non è sempre tranquillo e anche lo sbarco può essere complicato: spesso i visitatori vengono trasferiti dalla nave a lunghe imbarcazioni locali che affrontano le onde della Bounty Bay.

Arrivare a Pitcairn significa davvero uscire dal mondo moderno.

Sull’isola non ci sono resort, aeroporti, porti turistici o grandi strutture alberghiere. I visitatori vengono ospitati in guest house gestite dagli abitanti stessi, discendenti diretti degli uomini del Bounty.

Ed è forse proprio questo il fascino più grande di Pitcairn: non è un luogo costruito per il turismo, ma una microscopica comunità sopravvissuta per oltre due secoli in mezzo all’oceano, nata da un ammutinamento e rimasta sospesa fuori dal tempo.